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All'ombra del melo

Giovanni Dalle Rive


[...] Gino era lì, sotto il melo, e ne guardava le fronde che iniziavano a curvarsi cariche di frutti. Le
mele erano già arrossate e grosse ed erano ormai praticamente pronte per essere colte. Si vide
passare davanti a gli occhi tutte le volte che lui e suo fratello avevano montato le scale per
raggiungere i frutti sui rami più in alto, le cassette piene, alcune stracolme, da riporre a conservare e
le delizie che ne derivavano. Riassaporava quei momenti di fugace allegria, piccole briciole di
felicità condivisa con il fratello e che ora non avrebbe più avuto occasione di sperimentare.
Ripensava tutto questo e non riusciva a trovarsi un perché: alla sua apparente longevità, alla sua
immancabile salute, alla morte prematura del fratello. Chiuso nella sua tristezza, sentiva montarsi in lui un sentimento di impotenza e quasi colpa fare breccia nella desolazione dell’evento. Percepiva in sé quasi una colpa di essere vivo quando chi più giovane di lui non godeva più di questo dono. Gli occhi suoi erano spenti, apatici, quasi fosse stato lui il cadavere, e passavano da un ramo all’altro. Lo sguardo gli di fermò poi quando vide una mela bella matura e lucente. I colori della superficie viaggiavano dal rosso intenso e acceso fino ai poli del frutto che ancora erano leggermente ingialliti, vestigia del primordiale colore verdognolo chiaro. Era semplicemente bella, nella sua umiltà. Sembrava la mela del peccato originale tanto la sua apparenza parvenza rasentare la perfezione.
Spontaneamente, con il corpo che si muoveva da solo, tese il braccio per coglierla. Era un pomo
bello tondo, con minute goccioline d’acqua che si erano condensate sulla buccia liscia e cerata. Al
contatto, la mano callosa e stanca fece aderenza sulla pelle di porcellana del frutto e iniziò a tirare
dolcemente. Il ramo si tese leggermente. Il picciolo divenne una piccola fune che appena riusciva a
fare resistenza contro il meccanico movimento della mano che aveva agguantato come una tenaglia di ossa e carne. Quando la presa fu ferma sulla mela Gino ruotò leggermente il polso e questa gli rimase in mano, mentre il ramo rinculava, come la mediocre imitazione del braccio di una catapulta medievale che si appresta ad assediare un castello. Ci fu un secondo di rumore: il fruscio delle foglie ancora verdi misto a quello delle secche che precipitavano a terra; e le mele ancora sul ramo che vibravano come avessero avuto vita propria. Poi silenzio. [...]

DESCRIPTION

Talvolta non sono gli spettacoli più impressionanti, come un bel paesaggio, la vetta di una montagna o un tramonto colorato, a darci forti emozioni o esperienze potenti. Ci sono invece piccole cose nella vita che, quando meno ce se lo aspetta, ci donano degli sporadici attimi di gioia, vitalità o semplicemente di conforto. Nel caso di Gino, uomo semplice di un paesino disperso tra i colli e i monti, è una mela, che sembra essere l'unica cosa che ancora lo lega al fratello morto prematuramente.


INSPIRATION

Ricordo quando da bambino andavo nell'orto di mio nonno raccogliere dagli alberi i frutti maturi. Ci arrampicavamo sui rami e riempivamo le ceste per poi riporle via per l'inverno. Era un'attività vecchia come il mondo; e la si praticava sempre in famiglia, con i ritmi delle stagioni e della natura che ci dava questa bella opportunità di stare assieme.