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Ada

Marcela De Paula


Nella valle, dove i frutteti si distendevano come le braccia aperte di una madre, ogni anno il vento scendeva dalle montagne e faceva suonare le foglie come piccoli campanelli verdi, come se chiamassero, in segreto, il ritorno possibile di un figlio contadino fuggito a Milano. Il vento veniva da una fessura nelle Dolomiti, una bocca di pietra che, in un certo momento dell’anno, si ricordava di parlare. I bambini lo chiamavano per nome: Sopro. Gli agricoltori, a loro volta, lo temevano e lo amavano allo stesso tempo, perché portava maturazione e paura, caduta e promessa.
Ada viveva in una casa di legno e pietra, con una finestra rivolta a est e un tavolo segnato da coltelli e stagioni. Aveva mani di chi raccoglie e restituisce, ricrea… e un sorriso imparato negli anni in cui tutto doveva essere nominato a bassa voce per non spaventare i frutti pendenti. Da bambina, si raccontava che si fosse persa in un giorno di vento e che fosse stata ritrovata più tardi dietro il fienile, addormentata con una mela sul petto e i capelli pieni di semi di soffione. Nessuno seppe dire chi avesse messo la mela lì, se la madre o lo stesso vento. Da allora, dicevano, Ada capiva la montagna.
Quando arrivava settembre, Ada usciva scalza, appoggiando il dorso del piede sulla terra umida, come chi appoggia l’orecchio in una conchiglia.
-- Lo senti? -- chiedeva al marito, quando lui ancora viveva. -- Non è un rumore, è una storia.
Lui fingeva di non credere, ma in realtà gli piaceva ascoltare, con le dita agganciate alla cintura, come chi si concede una superstizione necessaria. A volte il vento portava odore di resina, altre volte sapeva di pietra bagnata e, in altre, di pane che raffredda: ognuno, nel villaggio, riconosceva il suo. Un anno dopo il vento ebbe odore di lettera mai inviata (e solo due lo capirono). Un altro anno, suonava come il muggito di una mucca che cerca il vitello e allora quasi tutti.
Quando il marito se ne andò, in un inverno che aveva gelato persino le chiavi delle porte, Ada imparò una nuova lingua: quella dei rami. Entrava nei frutteti all’alba e passava la mano sotto i frutti per sentire il peso segreto, quella gravità dolce che è il modo della terra di parlare del tempo.
-- Cadere non è una fine -- diceva alle ragazze che venivano ad aiutarla --, è il modo della vita di tornare.
Le ragazze ridevano, indaffarate a uscire la sera; ma, in autunno, quando perdevano qualcosa che pareva eterno, qualcuna ritornava e chiedeva:
-- Signora Ada, com’era quella storia della caduta?
E Ada la ripeteva uguale, con la calma di una preghiera.
Quell’anno, il vento arrivò prima. Non portò solo il sussurro abituale delle foglie, ma una voce più tagliente, come una lama passata su acqua fredda. Si insinuava tra i pali delle vigne, scuoteva i tralci giovani e, invece di sussurrare storie, sembrava porre domande. Nel villaggio, qualcuno disse che era un brutto segno: non si fanno domande in settembre. In settembre, si risponde alla terra con le mani.
(...)

DESCRIZIONE

In una valle delle Dolomiti, Ada impara a comprendere la lingua del vento e delle mele. Attraverso le stagioni, scopre che la natura parla di attesa, perdita e rinascita. “Ada” è un racconto poetico sulla memoria della terra, sull’equilibrio fragile tra l’uomo e l’ambiente e sull’ascolto silenzioso che trasforma la paura in gratitudine.


ISPIRAZIONE

“Ada” nasce dal ricordo della mia infanzia trascorsa in campagna con mia madre e mia nonna, donne che mi hanno insegnato a leggere il tempo attraverso la terra e le stagioni. In loro rivedo Ada, la pazienza e la forza silenziosa che custodiscono la vita. Il racconto è un omaggio a quella voce antica che unisce la natura e l’essere umano nel respiro delle montagne.