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Dove si nasconde la luce

Michele Scevola


C’è un luogo che non esiste nelle mappe,
un punto sospeso tra il respiro e il ricordo.
Lì vanno a riposare le cose che abbiamo amato,
non per morire, ma per cambiare forma.

Ogni volta che chiudo gli occhi, sento il rumore di quel luogo:
è simile al suono del mare quando si ritira,
quando lascia sulla sabbia ciò che il tempo non ha potuto portare via.
Così restano i volti, le voci, le mani che abbiamo toccato.
Restano come impronte d’acqua sul vetro,
trasparenti ma impossibili da cancellare.

Ti penso come si pensa a un’alba che non si vedrà mai più,
ma di cui si ricorda ancora il calore.
Il mondo continua, lento, come una clessidra che si ostina a scorrere,
e io continuo a cercare la tua ombra tra i giorni.

Ho imparato che l’amore non si perde,
si disperde — come polline nell’aria —
e basta un soffio di vento per sentirlo tornare.
A volte passa nei sogni,
altre si nasconde nei gesti piccoli,
in un odore, in una parola dimenticata.

Non so dove finisci tu e dove comincio io,
forse non c’è più confine.
Forse la tua assenza è diventata la mia forma,
e cammino nel mondo portandoti dentro,
come una luce che non sa spegnersi.

C’è chi dice che tutto passa,
ma non è vero: alcune cose restano ferme,
come stelle che nessuna notte riesce a inghiottire.
E tu sei una di quelle,
una costellazione che riconosco anche a occhi chiusi.

Scrivo per non dimenticare,
ma anche per lasciare che tu viva altrove,
in ogni parola che non ho mai detto,
in ogni silenzio che ancora ti somiglia.
Non voglio più trattenerti,
voglio solo sapere che esisti, da qualche parte,
nella forma che la luce assume dopo la tempesta.

Forse è questo il vero amore:
continuare a cercare, anche quando si sa di non trovare.
Continuare a tendere la mano al vuoto,
perché in quel vuoto si riconosce la vita.
E se un giorno dovessi incontrarti ancora,
non ti chiederei nulla,
ti guarderei soltanto,
per capire se la luce che ho dentro
è la stessa che mi hai lasciato tu.

DESCRIZIONE

In questa poesia ho cercato il confine tra ciò che resta e ciò che si dissolve. È una riflessione sull’amore che non muore ma cambia forma, come una fiamma che continua a bruciare anche quando non c’è più legna. L’opera parla della perdita come trasformazione, della memoria che diventa luce e del silenzio che continua a dire il nome di chi abbiamo amato, anche quando non possiamo più toccarlo.


ISPIRAZIONE

Mi ha ispirato il modo in cui le assenze sanno essere più presenti delle presenze. Ogni perdita lascia un’eco che non scompare, ma si trasforma in qualcosa che ci accompagna. Ho scritto pensando ai momenti in cui si guarda il cielo e si sente che qualcuno, da qualche parte, continua a esistere attraverso di noi, nei ricordi, nei gesti, nel modo in cui impariamo a guardare di nuovo la luce.