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La mela da simbolo di salute, equilibrio e stile di vita naturale a

Mario Sapio


La mela, che era stata della discordia e proibita nell’antichità, aveva conquistato dignità nella modernità, con un semplice morso. La dignità, però, ha sempre un prezzo. Il frutto era stato colto. La cultura non fa apparire, ma solo essere. Così la mela, trascinata da una volontà che non possedeva ma che sapeva sarebbe dovuta essere sua, fu portata in fabbrica. Fu cucita su di lei una delle personalità costruite in serie, che scorrevano sul nastro trasportatore. E proprio nel momento in cui la mela poteva dire di essere una mela®, le fu sottratta la sua vera identità. E il senso più profondo della vita di ogni essere: il dubbio della ricerca del proprio io. Divenne un organismo geneticamente modificato. Ogni graffio e ammaccatura scomparvero. Ora non poteva più scorrere l’amore. Un tempo, una mela e la nostra si dondolavano placide tra i rami della loro casa. Piccole, si divertivano a giocare ad acchiapparello e quando divennero più mature, aspettavano bramose una folata di vento per sfiorarsi; crescevano insieme. Attendevano di cadere dall’albero e così nell’amore, perché solo sul suolo si sarebbero potute abbracciare. Durante le notti buie, quando il cielo si anneriva cospargendosi di fulmini, i due frutti tremanti si aggrappavano l’un l’altro: le loro ammaccature combaciavano perfettamente. Le imperfezioni della mela non erano più dei solchi sul suo viso, un vuoto da sopportare, ma rifugio, spazio per le paure del proprio amato. Il rumore dei tuoni e dei cuori zittivano i giudizi della società. La mela poteva sentire solo amore. Quando il sole tornò a splendere su di loro, l’uragano della noia travolse il nostro frutto. Quelle ammaccature d’amore divennero motivo di imbarazzo e così prese la scelta di omologarsi. La mela aveva sacrificato sé stessa e l’amore per essere accettata, ma non esiste accettazione dove c’è solo frustrazione. “Ma sei troppo rossa!”, “Come sei rotonda!”. Due delle tante coltellate che la tagliarono in spicchi. Tenendo a fatica i suoi pezzi insieme, si recò da un nutrizionista, un fruttivendolo. Le disse che per essere felice doveva raggiungere dei numeri, un prezzo, e non una stabilità mentale. Più s’avvicinava a quei numeri, meno piaceva a se stessa e agli altri che la definivano “malata”. Era andata da un medico per ammalarsi. Aveva perso il suo essere, e non appariva nemmeno come gli altri volevano. Notò come l’unica mela che tutti utilizzassero era quella morsa, così iniziò a mordersi. Morso dopo morso, del frutto rimase solo il torsolo, vuoto di polpa e di vita e pieno solo di morte e cianuro. Colei che aveva offerto nutrimento vitale, ora offriva veleno mortale. Perdeva la propria essenza per divenire il proprio opposto. Stessa sorte era toccata al termine condivisione. Nel presente si condivide da soli e spesso lo si fa per ferire gli altri. Il frutto, mangiato da ciò che condivideva sui social, si era affidato ad avidi nutrizionisti. Una mela anoressica era stata tolta da mezzo da medici incapaci.

DESCRIPCIÓN

È possibile tornare a quell’idilliaco e bucolico passato in cui la diversità era un valore? Forse no, ma la natura e chi la distribuisce, come Marlene, ci ricordano la bellezza della varietà. Così le mele rosse, verdi o gialle dipingono un mondo grigio dei loro splendidi colori. Eppure, la realtà presenta una società umana che tende all’omologazione. La storia è la metafora di un mondo malato che porta anche una mela a sentirsi sbagliata.


INSPIRACIÓN

Ho vent’anni e ho visto amici e conoscenti soffrire di depressione, autolesionismo e di disturbi alimentari. Avrei voluto raccontare una favola felice e con una morale positiva, ma non posso chiudere gli occhi. La mela per me dovrebbe essere quella succosa e fiera della sua diversità, ma in questo momento storico non può essere rappresentata se non come un torsolo.